Chi ha scagliato la prima pietra?

C’è spazio nel nostro paese per il dibattito e le divergenze di ogni tipo -anche politiche-, ciò che non è etico o permissibile è pretendere di risolverle con l’imperio della legge della giungla, la bassezza o la pugnalata alle spalle, o mischiarsi con gli autori di atti incivili come l’aggressione, con pietre, all’ospedale pediatrico di Cárdenas, con dentro pazienti, accompagnatori e personale medico.

Juan Antonio Borrego  www.granma.cu

Hanno detto che Raúl è fuggito, che Camagüey è presa e sequestrato il Primo Segretario del Partito, che il Vice Ministro degli Interni si è dimesso, che le strade sono piene di morti e, raccontando e mentendo, hanno persino mostrato Alessandria d’Egitto e Buenos Aires come se fossero l’Avana.

Molto probabile è che continuino a dirlo, perché quella è stata una delle loro armi più ricorrenti, da quando hanno cercato di esaltare i “valori umani” di Sosa Blanco, hanno presentato i ribelli dell’Escambray come difensori del popolo e non come volgari terroristi, o hanno fabbricato quell’insuperabile compendio di disinformazione nei giorni di Playa Girón quando, secondo la versione delle agenzie di stampa, le forze di invasione presero Pinar del Río e l’isola di Pinos, Fidel fuggì e Raúl fu catturato, l’Habana Libre fu distrutto dai bombardamenti ed “il porto di Bayamo era totalmente isolato”.

Di tutto ciò che è stato detto in questi giorni, però, c’è una menzogna che, per la sua natura perversa, opportunistica e per la sua connotazione, potrebbe superare le precedenti: collegare le violenze originatesi nei nostri paesi e città con il legittimo appello che il Primo Segretario del Partito e Presidente della Repubblica, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, ha fatto ai rivoluzionari di scendere in strada a difendere il paese da ciò che stava accadendo.

In questo momento costituisce un’ovvietà chiedersi chi ha scagliato la prima pietra domenica 11 luglio, se in questo stesso giornale, nel TG Nazionale della TV, e praticamente in tutto il sistema dei media pubblici dell’Isola è stato denunciato che ad ogni lancio, ogni cristallo, ogni fatto, ha un prezzo –a volte riconosciuto per bocca degli istigatori o degli stessi esecutori–, soprattutto quando si tratta, per loro, di obiettivi prioritari, come i negozi che vendono in valuta estera o le stazioni della Polizia Nazionale Rivoluzionaria.

I FATTI PARLANO

Sulla base delle prove raccolte, molte registrate e persino trasmesse in diretta, il primo atto vandalico di quel giorno si è verificato cinque ore e dieci minuti prima che Díaz-Canel iniziasse l’apparizione televisiva in cui informava della grave situazione che si stava verificando.

In altre parole, quando verso le 16:20 di domenica il Capo dello Stato ha invitato la popolazione a difendere il paese nelle strade dal caos che si stava imponendo – come ormai noto, frutto di un’operazione politico-comunicativa generata e comandata dalla Florida, con tanto denaro coinvolto – pietre e cristalli già volavano nell’aria da tempo.

Il commentatore Humberto López, nel suo consueto spazio sul TG della TV cubana, ha fatto un’analisi dettagliata del modo in cui si stavano svolgendo gli eventi vandalici, in particolare contro i negozi delle catene Cimex e Caribe.

Secondo questo rapporto, la prima delle unità lapidate è stata El Renacer, del comune di Boyeros, Avana, alle 10:50, e, consecutivamente, atti simili si sono verificati fino a giungere a 44 centri attaccati, 19 prima delle quattro del pomeriggio, 10 nella mezz’ora che durò l’apparizione di Díaz-Canel, e altre 15 dopo di questa.

Solo tra le 15:00 e le 16:30, un totale di 22 negozi, soprattutto a Matanzas e Mayabeque, ma anche ad Artemisa, Granma e Holguín, sebbene in misura minore, furono lapidati e molte di essi saccheggiati e semidistrutti.

È comprensibile che i finanziatori dell’operazione, gli istigatori sistemati dietro i loro computer o i vandali che hanno fatto e disfatto senza il minimo pudore, alla luce del giorno e davanti alle telecamere dei cellulari, non avevano bisogno del popolo nelle strade né il ripristino dell’ordine.

Chi ha sulle spalle la sicurezza di un paese, dispone anche degli strumenti per preservarla ed, in questo senso, l’articolo 4 della Magna Carta, avallata dalla stragrande maggioranza dei cubani, non lascia spazio a dubbi o malintesi:

«La difesa della patria socialista è il più grande onore e il supremo dovere di ogni cubano.

“Il tradimento della patria è il più grave dei crimini, chi lo commette è soggetto alle sanzioni più severe.

«Il sistema socialista sancito da questa Costituzione è irrevocabile.

 “I cittadini hanno il diritto di combattere con ogni mezzo, compresa la lotta armata, quando non fosse possibile altro ricorso, contro chiunque tenti di rovesciare l’ordine politico, sociale ed economico stabilito da questa Costituzione”.

L’idea -alimentata dall’odio delle reti e dei media che ci avversano- che sia stato il Presidente ad incoraggiare le violenze, sfuma dinanzi agli appelli all’inclusione e soprattutto all’unità nazionale, riscontrabili in ogni suo discorso da quando ha assunto la guida del paese (leggasi quelli pronunciati nei periodi di sessioni dell’Assemblea Nazionale, i Congressi dell’UNEAC e del Partito, e le sue parole sabato scorso a La Piragua).

“Possiamo smantellare le cosiddette fake news -ha detto in quest’ultimo sito -, analizzare le menzogne, mostrare come tutta la falsa realtà di Cuba sia stata fabbricata in scenari virtuali, ma hanno già causato danni incommensurabili all’anima nazionale, che ha tra i suoi valori più sacri la tranquillità cittadina, la convivenza, la solidarietà e l’unità”.

C’è spazio nel nostro paese per il dibattito e le divergenze di ogni tipo -anche politiche-, ciò che non è etico o permissibile è pretendere di risolverle con l’imperio della legge della giungla, la bassezza o la pugnalata alle spalle, o mischiarsi con gli autori di atti incivili come l’aggressione, con pietre, all’ospedale pediatrico di Cárdenas, con dentro pazienti, accompagnatori e personale medico.

LA DOTTRINA DELLA PENTOLA A PRESSIONE

Cuba riconosce le sue carenze: mancano medicine e forniture sanitarie, cibo, carburante, ed in quei giorni si sono prodotti anche guasti che hanno colpito la fornitura di energia elettrica alla popolazione, cosa che era stata  miracolosamente evitata durante la pandemia.

Josep Borrell, un politico spagnolo con evidenti discrepanze ideologiche con la Rivoluzione, ora Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, ha riconosciuto che tutti queste limitazioni economiche sono figlie, in primo luogo, della politica di blocco che gli USA mantengono sull’isola; contro corrente rispetto alla comunità delle nazioni.

Non è né una scoperta né un contributo agli studi sociali individuare che la dottrina della pentola a pressione, che le successive amministrazioni USA hanno assunto come politica di Stato, e che da più di 60 anni schiaccia i cubani – cui si è ora aggiunto la crisi della pandemia da più di 16 mesi- costituisce un focolaio di malcontento tra fasce non trascurabili della popolazione.

Proprio questo, e nient’altro, è ciò di cui ha approfittato il coro di odiatori viscerali, sicari mediatici e quella moderna claque che Abel Prieto definisce “fascismo con volgarità”.

Una di loro, disperato di dare fuoco al paese in cui non vive ed al quale, evidentemente, non vuole appartenere, grida il suo delitto sotto gli occhi di tutti: «Bene, ciò di cui ho bisogno è che tu cada sotto i colpi e faccia un video e dica che è stata la polizia (…). E se tiri pietre alla polizia e lo registri, ti mando 100 MLC (…). E se picchi un bambino, che si vedano i segni e carichi un video dicendo che è stato un poliziotto, ti darò 200”.

Forse lei trova il boia senza cuore che cerca furiosamente nelle reti, forse riesce a ingoiare la fetta che sicuramente le spetta  per un’opera così vile, forse un giorno vedremo come si smantella il film che ora si sta cercando di registrare il cui copione, come si vede, è quasi un rifacimento, taglia e incolla di quelle versioni in cui venivano glorificati i banditi dell’Escambray, si prendeva la città di Pinar del Río e assediava “il porto di Bayamo”.

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