Trump estende il suo campo di concentramento globale a 53 paesi

Misión Verdad

La Corte Suprema USA ha stabilito lunedì che l’amministrazione Trump può riprendere la deportazione di immigrati verso paesi terzi, anche se ciò comporta il rischio che siano torturati. Questo potrebbe aprire la strada legale per trasferire uomini detenuti in una base militare USA a Gibuti nella devastata nazione del Sud Sudan, dove li attende un futuro incerto e la possibilità di una detenzione a tempo indeterminato. In un parere dissenziente, tre giudici hanno affermato che la sentenza espone “migliaia di persone al rischio di tortura o morte”.

E questo potrebbe essere lo scenario migliore.

Un’indagine di The Intercept rivela che l’amministrazione Trump ha lavorato attivamente per espandere il proprio campo di concentramento globale per immigrati espulsi, esplorando accordi con un quarto dei paesi del mondo affinché accettino cosiddetti “cittadini di paesi terzi”, ossia persone deportate che non sono originarie di quei paesi.

Per costruire questo arcipelago dell’ingiustizia, il governo USA sta usando tattiche coercitive con decine di nazioni più piccole, più deboli ed economicamente dipendenti. Gli accordi vengono negoziati in segreto, e né il Dipartimento di Stato né il Servizio di Immigrazione e Dogane (ICE) sono disposti a parlarne. Con il via libera della Corte Suprema, migliaia di immigrati rischiano di sparire in questa rete di discariche umane di deportati.

“La sentenza della Corte Suprema espone migliaia di persone alla possibilità di essere deportate in paesi terzi dove rischiano la tortura o la morte, anche quando le deportazioni sono chiaramente illegali”, ha dichiarato Leila Kang, avvocata del Northwest Immigrant Rights Project, un gruppo che rappresenta alcuni dei migranti che hanno intentato causa.

La Corte Suprema non ha fornito spiegazioni per la sua decisione, che sospendeva la sentenza di un giudice federale secondo cui i migranti soggetti a espulsione devono avere l’opportunità di dimostrare il rischio di tortura nel paese di destinazione. Più tardi, lunedì 23 giugno, un giudice distrettuale del Massachusetts ha stabilito che l’ordine non si applicava ai deportati detenuti a Gibuti. Il giorno seguente, il governo Trump ha chiesto alla Corte Suprema il permesso di espellere immediatamente quegli uomini verso il Sud Sudan, sostenendo che il giudice distrettuale USA, Brian Murphy, stava agendo in “disprezzo” dell’ordine della Corte Suprema.

La maggioranza della Corte Suprema non ha fornito spiegazioni. Con un voto discrepante, di 19 pagine, la giudice Sonia Sotomayor — con Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson — ha scritto che la maggioranza aveva ignorato una legge federale che garantisce il dovuto processo.

“Il Congresso ha esplicitamente garantito ai non cittadini il diritto a non essere espulsi in un paese dove potrebbero essere torturati o uccisi”, ha scritto Sotomayor, aggiungendo che la maggioranza aveva avallato una politica di illegalità. “Il governo ha chiarito, con parole e fatti, di ritenersi libero da qualsiasi vincolo legale, libero di deportare chiunque ovunque, senza preavviso né possibilità di essere ascoltato”. Ha menzionato i casi di 13 immigrati che “sono scampati per un soffio a violenze estreme in Libia”; uno che “ha passato mesi nascosto in Guatemala” e gli uomini “destinati al rilascio in Sud Sudan, paese che il Dipartimento di Stato descrive come in pieno ‘conflitto armato’ tra ‘gruppi etnici’”.

Tricia McLaughlin, portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale (di cui l’ICE fa parte), ha definito la sentenza “una vittoria per la sicurezza del popolo USA”.

Gli avvocati che rappresentano i migranti — che rischiano di essere inviati in paesi o persino continenti dove non hanno mai messo piede — non sono d’accordo. “Le conseguenze della decisione della Corte Suprema saranno terribili: elimina protezioni fondamentali del dovuto processo che hanno finora protetto i nostri assistiti da tortura e morte”, ha dichiarato Trina Realmuto, direttrice esecutiva della National Immigration Litigation Alliance.

Realmuto rappresenta alcuni degli uomini che il governo voleva espellere in Sud Sudan, un paese nuovamente sull’orlo della guerra civile. Il loro volo verso il paese è stato deviato a Gibuti quando il giudice Murphy è intervenuto. I nove uomini, tutti con precedenti per reati violenti, sono detenuti da allora nella base militare USA di Camp Lemonnier.

All’inizio di giugno, un alto funzionario dell’ICE ha descritto sotto giuramento le condizioni spaventose e pericolose (comprese malattie dovute all’ambiente) a cui sono sottoposti i deportati e il personale addetto alla sorveglianza presso Camp Lemonnier.

Un recente memorandum del Segretario di Stato, Marco Rubio, ha rivelato che l’amministrazione Trump ha minacciato decine di paesi con un divieto di viaggio, offrendo al contempo accordi per accettare deportati da paesi terzi. Un’indagine di The Intercept rivela che, con questa nuova strategia, gli USA avrebbero stretto accordi con almeno 53 paesi, molti dei quali coinvolti in conflitti, colpiti da violenza terroristica o gravemente criticati dal Dipartimento di Stato per abusi dei diritti umani.

Il Dipartimento di Stato ha rifiutato di fornire un elenco dei paesi firmatari, con gli USA, di tali accordi al fine di accettare deportati di paesi terzi, citando la riservatezza diplomatica.

Nel marzo di quest’anno, l’amministrazione Trump ha iniziato a utilizzare il famigerato Centro di Detenzione per Terroristi di Tecoluca, in El Salvador, come prigione estera per far sparire immigrati venezuelani. Secondo informazioni raccolte da The Intercept, gli USA hanno negoziato o esplorato accordi anche con: Angola, Antigua e Barbuda, Benin, Bhutan, Burkina Faso, Capo Verde, Cambogia, Camerun, Costa Rica, Repubblica Democratica del Congo, Gibuti, Dominica, Egitto, Eswatini, Guinea Equatoriale, Etiopia, Gabon, Gambia, Ghana, Guatemala, Guyana, Honduras, Costa d’Avorio, Kosovo, Kirghizistan, Liberia, Libia, Malawi, Mauritania, Messico, Moldavia, Mongolia, Niger, Nigeria, Panama, Ruanda, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, São Tomé e Príncipe, Arabia Saudita, Senegal, Sud Sudan, Siria, Tanzania, Tonga, Tuvalu, Uganda, Ucraina, Uzbekistan, Vanuatu, Zambia e Zimbabwe.

“Il gran numero di paesi è assolutamente senza precedenti, così come l’inclusione di molti con storici gravi problemi in materia di diritti umani”, ha dichiarato, ad Intercept, Yael Schacher, direttrice per le Americhe ed Europa di Refugees International. “Gli accordi transnazionali che offre l’amministrazione Trump trasformano migranti e rifugiati in pedine i cui diritti non hanno importanza. È la conferma di ciò che altre politiche dell’amministrazione Trump già mostrano: non crede che i migranti abbiano alcun diritto”.

I paesi coinvolti sono aumentati in seguito a un memorandum, firmato da Rubio il 14 giugno, inviato ai diplomatici USA in 36 paesi i cui cittadini rischiano di essere presto soggetti a restrizioni d’ingresso negli USA. Il cablogramma, riportato per la prima volta dal Washington Post, criticava i paesi per non rispettare diversi criteri, che andavano dalla “mancanza di un’autorità governativa centrale competente o collaborativa in grado di produrre documenti d’identità affidabili o altri documenti civili”, fino all’essere Stati sponsor del terrorismo. Rubio ha affermato, tuttavia, che le preoccupazioni riguardanti questi paesi potrebbero “essere mitigate” se si mostrassero disposti ad accettare persone deportate da altri paesi.

Il Dipartimento di Stato non ha commentato il memorandum né i suoi obiettivi, ma ha rilasciato una dichiarazione poco sincera che inquadra gli sforzi USA per forgiare accordi di rimpatri tramite paesi terzi come ipotetici: “In alcuni casi, potremmo collaborare con altri paesi per facilitare l’espulsione, attraverso paesi terzi, di persone che non hanno base legale per restare negli USA”, ha scritto via email un portavoce del Dipartimento di Stato a The Intercept.

Molti osservatori (e la minoranza dissidente della Corte Suprema) hanno sottolineato che la strategia di inviare immigrati in centri di detenzione remoti appare tanto bizzarra quanto crudele.

“Sembra che la Corte ritenga più accettabile che migliaia di persone subiscano violenze in luoghi lontani, piuttosto che correre il rischio remoto che un tribunale distrettuale ecceda i suoi poteri correttivi chiedendo al governo di notificare e garantire le tutele legali cui i ricorrenti hanno diritto costituzionale e legale”, ha scritto Sotomayor nella sua opinione dissidente.

Anwen Hughes, direttrice della strategia giuridica per programma di rifugiati presso Human Rights First, ha denunciato che cittadini messicani detenuti nel sud del Texas stavano per essere deportati in Libia o Sud Sudan. “Il confine messicano è proprio lì. Lavoro da tempo nel settore delle detenzioni migratorie. Non ho mai visto il Messico rifiutarsi di riprendere un suo cittadino”, ha dichiarato a The Intercept. “Gli USA stanno cercando destinazioni assurde. Non è solo punitivo: è deliberatamente spaventoso e, sinceramente, perverso”.

“Fare pressioni su nazioni che si trovano in una situazione vulnerabile per accettare persone che non hanno alcun legame con loro è preoccupante. È evidente che getta le basi per futuri abusi molto gravi”, ha affermato Hughes.

L’amministrazione Trump sta pagando 6 milioni di $ al governo del presidente Nayib Bukele in El Salvador per incarcerare cittadini venezuelani. A maggio, Rubio ha presentato una causa federale che faceva riferimento alle  negoziazioni di deportazione con Libia e Sud Sudan.

Schacher ha concluso affermando che le politiche dell’amministrazione Trump mostrano un “disprezzo per i migranti” e che, se sarà obbligata ad accettare immigrazione africana, lo farà solo in cambio di deportazioni. “Realmente considera l’immigrazione un vantaggio per i paesi d’origine, non per gli interessi USA, per cui pretenderà uno scambio”.

A causa del carattere segreto di questi accordi, il destino dei deportati in questi paesi resta ignoto. Non si sa se verranno rimandati nei loro paesi d’origine, in un altro paese dove affrontano la possibilità di soffrire persecuzioni o abusi; se gli si permetterà permanere nel paese terzo ed in quali circostanze o se saranno detenuti — come avviene in El Salvador.

Schacher ha sottolineato che, sebbene la maggior parte dei paesi africani e americani abbiano ratificato la Convenzione ONU sui Rifugiati, paesi come Kosovo, Moldavia, Mongolia, Arabia Saudita, Siria e Uzbekistan non lo hanno fatto. Se espellessero migranti ricevuti in base a un accordo con l’amministrazione Trump, non avrebbero alcun obbligo, secondo il diritto internazionale, di esaminare i deportati per garantire loro che non siano rinviati in paesi dove siamo messe in pericolo la loro vita o libertà.

Nei primi giorni di giugno, gli USA hanno stretto un accordo con il Kosovo, il paese più giovane d’Europa, per accogliere 50 deportati da altri paesi. Il governo kosovaro ha dichiarato che saranno “temporaneamente ricollocati” e che si agevolerà il loro “rientro sicuro nel paese d’origine”.

“Temo molto che questi luoghi diventino stazioni di passaggio o ponti per le deportazioni dagli USA ai paesi d’origine”, ha affermato Schacher. “Il Bhutan, che non è firmatario della Convenzione, ha già accettato nepalesi dagli USA e li ha semplicemente abbandonati alla frontiera con l’India”.

“In questioni di vita o di morte, è meglio agire con cautela. In questo caso, il governo ha scelto l’approccio opposto”, ha scritto Sotomayor, documentando i tentativi del governo di deportare persone in luoghi remoti e pericolosi. “Ha deportato ingiustamente un richiedente in Guatemala, nonostante un giudice avesse stabilito che lì sarebbe stato probabilmente torturato. Poi, in chiara violazione di un ordine giudiziario, ha espulso sei persone in Sud Sudan, paese ritenuto dal Dipartimento di Stato troppo pericoloso per chiunque, eccetto il personale essenziale. Solo il tempestivo intervento di un tribunale distrettuale ha impedito per un soffio una terza deportazione illegale in Libia”.

Nick Turse è corrispondente per la sicurezza nazionale di The Intercept. Ha scritto per il New York Times, Los Angeles Times, Rolling Stone, Harper’s, tra gli altri. È vincitore del premio Ridenhour per il giornalismo investigativo, del premio della Military Reporters and Editors Association e del Deadline Club Award per il miglior reportage indipendente online. È anche membro del Type Media Center.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese da The Intercept il 25 giugno 2025 e tradotto per Misión Verdad da Spoiler.


Trump extiende su campo de concentración global a 53 países

 

El Tribunal Supremo de Estados Unidos dictaminó el lunes que la administración Trump puede reanudar la deportación de inmigrantes a países distintos al suyo, sin posibilidad de objetar por el riesgo de que sean torturados. Esto podría allanar el camino legal para que el gobierno envíe a hombres recluidos en una base militar estadounidense en Yibuti a la devastada nación de Sudán del Sur, donde se enfrentan a un futuro incierto y a la posibilidad de una detención indefinida. Tres jueces, en una opinión disidente, afirmaron que la sentencia expone a “miles de personas al riesgo de tortura o muerte”.

Ese podría ser el mejor de los casos.

Una investigación de The Intercept revela que la administración Trump ha estado trabajando intensamente en son de ampliar su campo de concentración global para inmigrantes expulsados, explorando acuerdos con una cuarta parte de los países del mundo para que acepten a los llamados nacionales de terceros países, es decir, personas deportadas que no son ciudadanos de esos países.

Para crear este archipiélago de injusticia, el gobierno de Estados Unidos está empleando tácticas de mano dura con docenas de naciones más pequeñas, más débiles y económicamente dependientes. Los acuerdos se están llevando a cabo en secreto, y ni el Departamento de Estado ni el Servicio de Inmigración y Control de Aduanas de Estados Unidos (ICE, sus siglas en inglés) están dispuestos a hablar de ellos. Con el visto bueno del Tribunal Supremo, miles de inmigrantes corren el peligro de desaparecer en esta red de vertederos de deportados.

“La sentencia del Tribunal Supremo deja a miles de personas expuestas a ser deportadas a terceros países donde se enfrentan a torturas o a la muerte, incluso si las deportaciones son claramente ilegales”, afirmó Leila Kang, abogada del Northwest Immigrant Rights Project, un grupo que representa a los inmigrantes que presentaron la demanda.

El Tribunal Supremo no dio explicaciones sobre su decisión, que suspendió la ejecución de la sentencia de un juez federal según la cual los inmigrantes que se enfrentan a la deportación deben tener la oportunidad de demostrar que pueden ser torturados en su destino. Más tarde, el lunes 23 de junio, un juez de distrito de Massachusetts dictaminó que la orden no se aplicaba a los deportados en Yibuti. El Gobierno de Trump instó el martes 24 de junio al Tribunal Supremo a que le permitiera expulsar inmediatamente a los hombres a Sudán del Sur, alegando que el juez de distrito estadounidense Brian Murphy estaba actuando en “desacato” a la orden del Tribunal Supremo.

La mayoría del Tribunal Supremo no publicó ninguna explicación sobre su fallo del lunes. En un voto particular discrepante de 19 páginas, la jueza Sonia Sotomayor, junto con las juezas Elena Kagan y Ketanji Brown Jackson, escribió que la mayoría había ignorado una ley federal que exige el debido proceso.

“El Congreso otorgó expresamente a los no ciudadanos el derecho a no ser expulsados a un país donde puedan ser torturados o asesinados”, escribió Sotomayor, añadiendo que la mayoría había respaldado una política de ilegalidad. “El gobierno ha dejado claro con palabras y hechos que se siente libre de cualquier restricción legal, libre para deportar a cualquiera a cualquier lugar sin previo aviso ni oportunidad de ser escuchado”. Señaló los casos de 13 inmigrantes que “escaparon por poco de ser objeto de una violencia extraordinaria en Libia”; otro que “pasó meses escondido en Guatemala” y los hombres que “se enfrentan a la liberación en Sudán del Sur, que según el Departamento de Estado se encuentra en medio de un ‘conflicto armado’ entre ‘grupos étnicos'”.

Tricia McLaughlin, portavoz de la organización matriz de ICE, el Departamento de Seguridad Nacional, calificó la sentencia como “una victoria para la seguridad y protección del pueblo estadounidense”.

Los abogados que representan a los inmigrantes que corren el riesgo de ser enviados a países (o incluso continentes) que nunca han visitado en su vida están desacuerdo. “Las consecuencias de la orden del Tribunal Supremo serán terribles; elimina protecciones fundamentales del debido proceso que han estado protegiendo a los miembros de nuestra clase de la tortura y la muerte”, afirmó Trina Realmuto, directora ejecutiva de la Alianza Nacional de Litigios sobre Inmigración.

Realmuto representa a algunos de los hombres a los que el Gobierno intentó expulsar a Sudán del Sur, una nación que, una vez más, podría estar al borde de la guerra civil. Su vuelo de extradición al país fue desviado a Yibuti cuando Murphy, el juez federal de distrito, intervino en el caso. Los ocho hombres, todos ellos condenados anteriormente por delitos violentos, permanecen detenidos desde entonces en una base militar estadounidense, Camp Lemonnier.

A principios del mes de junio, un alto funcionario del ICE detalló en una declaración jurada las condiciones espantosas e inseguras (incluidas las enfermedades provocadas por el entorno) a las que se enfrentan los deportados y los funcionarios gubernamentales que los custodian en el campamento Lemonnier.

Un memorándum reciente del secretario de Estado Marco Rubio, reveló que la administración Trump amenazó a docenas de países con una prohibición de viajar, al tiempo que ofrecía acuerdos de deportación a terceros países para evitar las restricciones. Una investigación de The Intercept revela que, con esta nueva estrategia, Estados Unidos habría negociado acuerdos con al menos 53 países, entre ellos muchos que se ven afectados por conflictos o violencia terrorista, o que el Departamento de Estado ha criticado duramente por abusos contra los derechos humanos.

El Departamento de Estado se negó a proporcionar una lista de los países con los que Estados Unidos ha firmado acuerdos para aceptar deportados de terceros países, alegando la confidencialidad de las comunicaciones diplomáticas.

La administración Trump comenzó a utilizar el famoso Centro de Confinamiento para Terroristas de Tecoluca, El Salvador, como prisión extranjera para hacer desaparecer a inmigrantes venezolanos en marzo de este año. The Intercept, utilizando información de fuentes abiertas, descubrió que Estados Unidos también ha explorado, buscado o llegado a acuerdos con Angola, Antigua y Barbuda, Benín, Bután, Burkina Faso, Cabo Verde, Camboya, Camerún, Costa Rica, República Democrática del Congo, Yibuti, Dominica, Egipto, Esuatini, Guinea Ecuatorial, Etiopía, Gabón, Gambia, Ghana, Guatemala, Guyana, Honduras, Costa de Marfil, Kosovo, Kirguistán, Liberia, Libia, Malaui, Mauritania, México, Moldavia, Mongolia, Níger, Nigeria, Panamá, Ruanda, San Cristóbal y Nieves, Santa Lucía, Santo Tomé y Príncipe, Arabia Saudí, Senegal, Sudán del Sur, Siria, Tanzania, Tonga, Tuvalu, Uganda, Ucrania, Uzbekistán, Vanuatu, Zambia y Zimbabue.

“El gran número de países es absolutamente sin precedentes, al igual que la inclusión de muchos de ellos con historiales problemáticos en materia de derechos humanos”, declaró Yael Schacher, directora para América y Europa de Refugees International, a The Intercept. “Los acuerdos transaccionales que ofrece la administración Trump convierten a los migrantes y refugiados en peones cuyos derechos no importan. Esto solo demuestra lo que ya es evidente en otras políticas de la administración Trump: no cree que los migrantes tengan ningún derecho”.

Los países afectados por la administración Trump se han ampliado recientemente como resultado de un memorándum (firmado por Rubio) que se envió el 14 de junio a los diplomáticos estadounidenses que trabajan en 36 países cuyos ciudadanos podrían verse pronto restringidos a la entrada en Estados Unidos. El cable, del que informó por primera vez The Washington Post, criticaba a los países por no cumplir diversos criterios, desde “no tener una autoridad gubernamental central competente o cooperativa para producir documentos de identidad fiables u otros documentos civiles” hasta ser Estados patrocinadores del terrorismo. Rubio afirmó, sin embargo, que las preocupaciones con respecto a esos países podrían “mitigarse” si estuvieran dispuestos a aceptar a personas deportadas de otros países.

El Departamento de Estado no hizo comentarios sobre el memorándum ni sobre el motivo que lo impulsó, pero emitió una declaración poco sincera que enmarcaba los esfuerzos de Estados Unidos por forjar acuerdos de deportación con terceros países en términos hipotéticos. “En algunos casos, podríamos colaborar con otros países para facilitar la expulsión, a través de terceros países, de personas que no tienen base legal para permanecer en Estados Unidos”, declaró por correo electrónico un portavoz del Departamento de Estado a The Intercept.

Muchos observadores (y una minoría de jueces del Tribunal Supremo) señalaron que la presión para enviar a los inmigrantes a centros de detención lejanos parece tan extraña como cruel.

“Aparentemente, el Tribunal considera más aceptable la idea de que miles de personas sufran violencia en lugares remotos que la remota posibilidad de que un Tribunal de Distrito haya excedido sus facultades correctivas al ordenar al Gobierno que proporcione la notificación y el proceso a los que los demandantes tienen derecho constitucional y legal”, escribió Sotomayor en su opinión disidente.

Anwen Hughes, directora sénior de estrategia jurídica para programas de refugiados en Human Rights First, señaló que había ciudadanos mexicanos detenidos en el sur de Texas que iban a ser deportados tanto a Libia como a Sudán del Sur. “La frontera mexicana está justo ahí. Llevo mucho tiempo trabajando en el ámbito de la detención de inmigrantes. Nunca en mi vida he visto a México negarse a aceptar de vuelta a uno de sus ciudadanos”, declaró a The Intercept. “Estados Unidos parece estar buscando destinos realmente inverosímiles para enviar a estas personas. No es solo punitivo, es deliberadamente aterrador y, sinceramente, perverso”.

“Presionar a naciones que se encuentran en una situación vulnerable frente al poder y la diplomacia de Estados Unidos para que acojan a ciudadanos de países con los que no tienen nada que ver es preocupante, porque es evidente que sienta las bases para abusos muy graves”, afirmó Hughes.

La administración Trump está pagando 6 millones de dólares al gobierno del presidente Nayib Bukele en El Salvador para encarcelar a los ciudadanos venezolanos. En mayo, Rubio presentó una demanda ante un tribunal federal en la que se hacía referencia a las negociaciones de deportación entre la administración Trump y Libia y Sudán del Sur.

Schacher dijo que las políticas de la administración Trump ponen de manifiesto su “desprecio por los inmigrantes” y la importancia que se da en algunos lugares a su expulsión. “Si tiene que permitir cierta inmigración procedente de África, solo lo hará a cambio de la deportación”, señaló. “Realmente considera que la inmigración beneficia a los países de origen y no a los intereses de Estados Unidos, por lo que exigirá un intercambio”.

Debido al carácter secreto de los acuerdos, no está claro qué destino les espera a las personas deportadas a estos países. Se desconoce si serán deportadas de nuevo a su país de origen o a otro no relacionado, donde se enfrentan a la posibilidad de sufrir persecución o abusos; si se les permitirá permanecer en el tercer país y en qué circunstancias; o si serán detenidas o encarceladas, como en El Salvador.

Schacher señaló que, si bien casi todos los países africanos y las naciones de América son partes de la Convención de las Naciones Unidas sobre los Refugiados, países como Kosovo, Moldavia, Mongolia, Arabia Saudita, Siria y Uzbekistán no lo son. Si expulsaran a los inmigrantes que recibieron como parte de un acuerdo con la administración Trump, no tendrían ninguna obligación, en virtud del derecho internacional, de examinar a los deportados para garantizar que no sean enviados a un país donde corran peligro su vida o su libertad.

Durante los primeros días de junio, Estados Unidos llegó a un acuerdo con Kosovo, el país más joven de Europa, para aceptar a 50 deportados de otros países. La nación balcánica sin litoral dijo que los inmigrantes expulsados serían “reubicados temporalmente” en Kosovo, mientras que las autoridades facilitarían “su regreso seguro a su país de origen”.

“Me preocupa mucho que estos lugares se conviertan en estaciones de paso o puentes para la deportación desde Estados Unidos a los países de origen”, declaró Schacher a The Intercept. “Bután, que no es signatario, ya ha aceptado a nepalíes procedentes de Estados Unidos y básicamente los abandonó en la frontera con la India”.

“En cuestiones de vida o muerte, es mejor actuar con cautela. En este caso, el Gobierno adoptó el enfoque contrario”, escribió Sotomayor, detallando los esfuerzos del Gobierno por deportar a personas a lugares remotos e inseguros. “Deportó injustamente a un demandante a Guatemala, a pesar de que un juez de inmigración determinó que era probable que allí fuera torturado. Luego, en clara violación de una orden judicial, deportó a seis personas más a Sudán del Sur, una nación que el Departamento de Estado considera demasiado insegura para todos, excepto para su personal más esencial. La oportuna intervención de un atento tribunal de distrito solo evitó por poco una tercera serie de expulsiones ilegales a Libia”.

Nick Turse es investigador de seguridad nacional para The Intercept, donde escribe sobre seguridad nacional y política exterior. Ha escrito para el New York Times, Los Angeles Times, Rolling Stone y Harpers, entre otras publicaciones. Recibió el premio Ridenhour por sus reportajes de investigación, el premio de la Asociación de Periodistas y Editores Militares a la mejor cobertura en el extranjero y el premio Deadline Club al mejor reportaje de medios digitales independientes. Turse también es miembro del Type Media Center.

Este artículo fue publicado originalmente en inglés en The Intercept el 25 de junio de 2025 y fue traducido para Misión Verdad por Spoiler.

Share Button

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.