Prossimi passi del Venezuela nella disputa per l’Essequibo

Sai Sira

Il Venezuela ha chiuso l’anno 2023, per quanto riguarda la disputa territoriale con la Guyana, con due vittorie inconfutabili: la prima, la ben riuscita giornata elettorale del referendum sull’Essequibo – alta partecipazione e concessione di un mandato chiaro -; e la seconda, riassunta nell’accettazione del dialogo bilaterale da parte della Guyana concretizzatosi nell’incontro del 14 dicembre a Saint Vincent e Grenadine, condensato nella Dichiarazione di Argyle. Aggiungiamo che quest’ultima si costituisce come diretta conseguenza dei risultati del referendum del 3 dicembre in Venezuela.

Nonostante ciò, l’anno 2024 porterà con sé dinamiche proprie alle quali la Repubblica Bolivariana dovrà adattarsi affinché la sua posizione storica riguardo alla rivendicazione non solo sia mantenuta ma venga presa in considerazione. In un articolo precedente abbiamo analizzato “I prossimi passi della Guyana nella disputa per l’Essequibo“; ora cerchiamo, secondo gli stessi criteri di analisi, di affrontare i prossimi passi del Venezuela.

A questo scopo ritorniamo alle tre variabili considerate in precedenza (l’istituzionale, il diplomatico ed il geopolitico), che si riferiscono ad aspetti da cui si svilupperanno le linee di azione, solo che nel caso venezuelano tutto questo quadro si realizzerà sotto l’influsso delle elezioni presidenziali che attirano l’attenzione nazionale e internazionale.

Con questa aggiunta, il Venezuela dovrebbe attraversare il 2024 mantenendo l’unità mostrata nei confronti della Guayana Esequiba, che deve concentrarsi nella richiesta venezuelana di ritornare ai negoziati nel quadro dell’Accordo di Ginevra del 1966, nonostante le divergenze che nel dibattito elettorale emergono prodotto della stessa dinamica del voto.

L’ACCORDO DI GINEVRA COME ORIZZONTE DEL NEGOZIATO (L’ISTITUZIONALE)

 

Il Venezuela ha chiarito, soprattutto dal 2015, quando la Guyana ha iniziato a esercitare pressioni per portare la controversia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG), che l’unico quadro valido per superare la disputa territoriale con il vicino orientale è l’Accordo di Ginevra del 1966, in cui si stabiliscono i passi da seguire affinché le parti raggiungano “soluzioni soddisfacenti per l’aggiustamento pratico della controversia”.

Inoltre, con la firma della Dichiarazione di Argyle, si stabilisce una tabella di marcia che permette riprendere il cammino del dialogo, del Diritto Internazionale e dell’Accordo di Ginevra del 1966, incanalando pacificamente la divergenza sulla Guyana Essequiba, come si andava realizzando prima del 2015 quando la Guyana ha abbandonato, unilateralmente, tale rotta. Gli sforzi devono essere indirizzati a far valere politicamente e diplomaticamente gli impegni assunti dalla Guyana il 14 dicembre e che sono stati sfacciatamente violati con l’arrivo della nave militare della Marina britannica HSM Trent in acque ancora da delimitare.

Il Venezuela non deve deviare da questa strada, deve fare costante appello alla Dichiarazione di Argyle – per essere stata firmata di recente e per i meccanismi che contempla – nonostante il fatto che l’obiettivo dei fattori esogeni (USA e Regno Unito) alla regione, che usano la Guyana come burattino, sia quello di aizzare lo scontro allo scopo d’intensificare e aumentare le loro capacità militari nell’area. Ecco perché la denuncia e l’esortazione costante contro l’agire che costituisce una violazione della dichiarazione.

La posizione di non rivolgersi al CIG non è una posizione del governo che risponde alle esigenze della presidenza di Nicolás Maduro, al contrario, è una posizione storica dello Stato venezuelano che dovrebbe essere assunta senza indugio da qualsiasi governo che arrivi Miraflores, indipendentemente dal segno politico o dal colore che rappresenta. Ciò deve essere informato e socializzato a livello nazionale ed internazionale, e va sottolineato che non esiste alcun meccanismo legale e legittimo che possa costringere il Venezuela ad accettare la giurisdizione della CIG.

In America Latina e nei Caraibi, ci sono troppi esempi di controversie territoriali in cui la CIG non interviene per risolvere il conflitto ma piuttosto in cui i paesi mantengono canali di negoziazione e dialogo bilaterali come il modo più pratico per trovare soluzioni: Argentina e Cile per il Passaggio di Drake, ovvero Brasile e Uruguay per il villaggio di Thomas Albornoz e l’Isola Brasilera).

SOCIALIZZARE LA COMPRENSIONE DELLA CONTROVERSIA TERRITORIALE (IL DIPLOMATICO)

 

Le odierne relazioni internazionali esigono da parte degli Stati la costruzione di una reputazione – positiva – e di un’immagine di prestigio tra loro pari, che sia riconosciuta su scala internazionale come attori di primo piano in ambiti specifici. Pensiamo, ad esempio, alla Norvegia o al Qatar come mediatori o facilitatori dei processi di dialogo, o al Messico come Paese garante del diritto di asilo.

Nel caso venezuelano il concetto di diplomazia di pace bolivariana implementato e messo in pratica negli ultimi 25 anni viene a istituzionalizzare un esercizio che lo ha accompagnato, soprattutto a partire dalla seconda metà del XX secolo, e che gli ha dato un certo riconoscimento come attore che facilita e accompagna i processi di pace: la Colombia nel XXI secolo e il Gruppo di Contadora alla fine del XX secolo.

In questo modo, vincere la volontà di altri fattori internazionali costituisce un aspetto del potere morbido che non deve essere disprezzato né sottovalutato da nessun soggetto internazionale, soprattutto da Stati come il Venezuela che affrontano quotidianamente campagne promosse per screditare e danneggiare l’immagine nazionale, e che presentano il Paese come un paria della comunità internazionale.

In questo senso, l’impegno a socializzare la posizione venezuelana riguardo la controversia territoriale nella regione dell’America Latina e dei Caraibi dovrebbe essere un compito primario in questo 2024, dato che il Venezuela non parteciperà al processo del CIG, fatto che sicuramente aggiungerà argomenti a quelli che già esistono – promossi dalla Guyana – e che ci mostrano come un paese che contravviene al Diritto Internazionale.

Al contrario, la richiesta venezuelana di ritornare all’Accordo di Ginevra e, di conseguenza, di trovare una soluzione pratica e reciprocamente soddisfacente, potrebbe risvegliare simpatie regionali, poiché essendo una forma di risoluzione che privilegia il dialogo e la negoziazione bilaterale evita la giudizializzazione della controversia e, di conseguenza, la possibilità di rendere ancora più complessa la controversia a partire dal momento che la sentenza non soddisfa gli interessi di una delle parti – situazione inevitabile in un processo – e finisca per compromettere la stabilità regionale.

In questo senso, il Venezuela deve puntare su un dialogo regionale che gli consenta di generare spazi di socializzazione e, soprattutto, di comprensione della disputa territoriale che ha con la Guyana, con l’obiettivo di smantellare quella visione imposta dal vicino orientale di presentarci come il Paese aggressore e bellicista che pretende sottrargli più della metà del suo territorio, cosa che ne condizionerebbe, in ultima analisi, il suo sviluppo economico.

Il Vertice CELAC, previsto per i primi mesi del 2024 – probabilmente a fine gennaio o inizio febbraio a Saint Vincent e Grenadine – potrebbe rappresentare lo spazio idoneo affinché il Venezuela, con uno sfoggio diplomatico, spieghi le sue motivazioni e ragioni, senza che ciò implichi l’abbandono degli impegni contemplati nella Dichiarazione di Argyle.

Caracas deve approfittare del fatto che sia Saint Vincent e Grenadine, che mantiene l’attuale presidenza pro tempore della CELAC, sia la Repubblica dell’Honduras, che guiderà l’organizzazione nel corso del 2024, sono paesi vicini – per non dire alleati – del Venezuela, ed entrambi fanno parte degli impegni assunti nelle terre di San Vicente.

Allo stesso modo, il dialogo e lo scambio di informazioni con i paesi BRICS+ è strategico, non solo perché Cina e Russia sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con diritto di veto, ma perché prossimamente, come indicato dal presidente Nicolás Maduro, il Venezuela potrebbe essere incorporato nel gruppo come membro a pieno diritto.

Un’attenzione particolare sarà richiesta nell’approccio con l’India, paese BRICS+ che, pur avendo espresso il proprio impegno per una soluzione pacifica della controversia territoriale nel quadro degli sforzi portati avanti dalla regione (Argyle), mantiene legami con Georgestown nell’ambito religioso, culturale e storico, che li avvicina e coinvolge.

Il dispiegamento diplomatico non deve implicare convincere altri Stati circa la giustezza delle richieste del Venezuela, bensì deve fornire  strumenti per collocare la controversia sul terreno che gli corrisponde,  che non è altro che mostrarlo come prodotto dell’eredità e della spoliazione coloniale britannica e che non è stato risolto nel processo di decolonizzazione degli anni ’60.

ALLEANZE E DIMOSTRAZIONI DI SOVRANITÀ (IL GEOPOLITICO)

 

Il mandato emerso dopo il referendum sulla Guayana Essequiba è stato forte. Il territorio non solo si incorporerà come soggetto federale con tutte le attribuzioni politiche, amministrative e di bilancio che qualsiasi altra entità richiede, bensì lo Stato, attraverso PDVSA, potrà aggiudicare aree sia nel territorio continentale che sulla piattaforma continentale per il loro sfruttamento.

Queste nuove prerogative che, secondo i risultati del referendum, assumerà lo Stato di Guayana Essequiba, si aggiungeranno a quelle già attuate dall’esecutivo nazionale, come quella di Territorio per lo Sviluppo della Piattaforma Atlantica e che rafforzano la presenza venezuelano nell’area in controversia.

Tuttavia ciò che è veramente nuovo per il suo impatto reale, e soprattutto simbolico, è la possibilità di offrire le concessioni e le eventuali royalties che lo Stato venezuelano riceverà a seguito di detti contratti nel campo del gas, petrolio e minerali da parte di imprese nazionali o straniere che, assumendo la sovranità venezuelana nell’area, investiranno con le garanzie giurisdizionali che offre loro la Repubblica Bolivariana.

Si specula molto sulla cautela che le multinazionali dell’energia e dell’estrazione mineraria assumeranno nei confronti della proposta venezuelana di concessioni e licenze per lo sfruttamento dell’area, ma sicuramente un’offerta economica attraente può incoraggiare e spostare l’ago della bilancia affinché queste società finiscano per convincersi a favore del Venezuela e non della Guyana.

Visto in questo modo, potremmo – suggerire – essere sul punto di istituire una nuova zona economica speciale che serva da stimolo per spingere non solo gli investimenti in gas, petrolio e minerali ma anche nelle attività correlate generate da queste aree, soprattutto in ciò a cui si riferiscono le Infrastrutture (strade, porti, aeroporti, ecc.). Per questo motivo, la sicurezza giuridica e un’offerta di investimento attrattiva saranno le carte di presentazione che accompagneranno le azioni delle divisioni di PDVSA e CVG Essequibo nel 2024 al fine di adempiere al compito loro affidato. Se ciò si realizzasse, si aprirebbero le porte ad uno sfruttamento congiunto “de facto” dell’area in disputa, che consentirebbe di proseguire la controversia attraverso meccanismi giò esistenti fino alla sua risoluzione definitiva.

Come ha affermato il ministro Vladímir Padrino López, è prevedibile la regolarizzazione delle esercitazioni militari, come quelle osservate nel 2023, con l’obiettivo di rafforzare le capacità operative delle Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) al fine di garantire il mandato costituzionale di sovranità ed integrità territoriale. Lo spiegamento della FANB sarà quindi generalizzato per garantire la presenza dello Stato in tutti i confini del territorio nazionale, rafforzando in particolare la presenza sull’isola di Anacoco, testa di ponte verso Essequibo.

Pertanto, non sarebbe strano osservare, nel corso del 2024, un rinnovamento della cooperazione e dell’interscambio militare del Venezuela con i suoi alleati strategici, in particolare con Russia, Cina e Iran, con i quali si sta già lavorando in modo approfondito nell’area, incluso esplorando opzioni con altri partner come la Turchia. Vedremmo ripetersi quanto osservato nei “Giochi di Guerra” svoltisi nel 2022 in Venezuela con la partecipazione di Russia, Cina, Iran e altri paesi, o qualcosa di simile ad esercitazioni militari congiunte con paesi alleati.

IL 2024 COME ANNO DI AZIONI CONCRETE

 

Con questo scenario, il 2024 si presenta come l’anno in cui lo Stato venezuelano, avendo già il mandato costituzionale definito con il referendum, prenderà l’iniziativa nei confronti di Essequibo: sostenendo la posizione storica di non rivolgersi al CIG e privilegiando, di contro, l’Accordo di Ginevra del 1966; un dispiegamento diplomatico che consenta la comprensione della controversia, soprattutto a livello regionale e nella zona Brics+; e su scala geopolitica l’esercizio della sovranità sull’area controversa, a tutti i livelli, che si concretizzerà nello spiegamento della FANB, fondamentalmente con l’assegnazione di concessioni e appalti nel territorio conteso.

Guyana rimane solo in attesa di un processo che non avrà alcun effetto concreto perché il Venezuela non riconosce la giurisdizione del CIG e non ci sarà modo di far rispettare la decisione presa dal tribunale. Al contrario, la Repubblica Bolivariana può continuare a realizzare movimenti che facciano pressione sulla Repubblica Cooperativa affinché comprenda pienamente che l’unica via che fornirà una soluzione duratura ed accettata dalle parti sarà quella contemplata dall’Accordo di Ginevra del 1966: la negoziazione e l’accordo.


PRÓXIMOS PASOS DE VENEZUELA EN LA DISPUTA POR EL ESEQUIBO

Sair Sira

Venezuela cerró el año 2023, en lo referente al diferendo territorial con Guyana, con dos victorias irrebatibles: la primera, la exitosa jornada electoral que significó el referéndum por el Esequibo —alta participación y otorgamiento de un mandato claro—; y la segunda, resumida en la aceptación del diálogo bilateral por parte de Guyana que se materializó en la reunión del 14 de diciembre en San Vicente y las Granadinas, condensada en la Declaración de Argyle. Agregaríamos que esta última se constituye como consecuencia directa de los resultados del referéndum del 3 de diciembre en Venezuela.

A pesar de esto, el año 2024 traerá su dinámica propia a la que la República Bolivariana deberá adaptarse de forma que su posición histórica ante el reclamo no solo se mantenga sino que sea tomada en cuenta. En una entrega anterior analizamos los “Próximos pasos de Guyana en la disputa por el Esequibo”; ahora se busca, bajo los mismos criterios de análisis, abordar los próximos pasos de Venezuela.

Para tal fin retomamos las tres variables consideradas anteriormente (lo institucional, lo diplomático y lo geopolítico), las cuales hacen referencia a aspectos desde donde se desarrollarán los cursos de acción, solo que en el caso venezolano todo este entramado se realizará bajo el influjo de unas elecciones presidenciales que convocan la atención nacional e internacional.

Con este agregado, Venezuela debería transitar el 2024 manteniendo la unidad mostrada en lo referente a la Guayana Esequiba, que debe concentrarse en la exigencia venezolana de volver a las negociaciones en el marco del Acuerdo de Ginebra de 1966, a pesar de las divergencias que en el debate electoral afloren producto de la misma dinámica del sufragio.

EL ACUERDO DE GINEBRA COMO HORIZONTE DE NEGOCIACIÓN (LO INSTITUCIONAL)

Venezuela ha dejado claro, especialmente desde 2015 cuando Guyana inició el cabildeo para llevar la controversia a la Corte Internacional de Justicia (CIJ), que el único marco válido para superar el diferendo territorial con el vecino oriental es el Acuerdo de Ginebra de 1966, en el cual se establecen los pasos a seguir para que las partes logren “soluciones satisfactorias para el arreglo práctico de la controversia”.

Además, con la firma de la Declaración de Argyle se establece una hoja de ruta que permite retomar el camino del diálogo, del Derecho Internacional y del Acuerdo de Ginebra de 1966 encauzando pacíficamente la divergencia sobre la Guayana Esequiba, como se venía realizando previo a 2015, cuando Guyana unilateralmente abandonó dicha ruta. Los esfuerzos deben estar encaminados hacia hacer valer política y diplomáticamente los compromisos asumidos por Guyana el 14 de diciembre y que fueron descaradamente violados con el arribo del buque HSM Trent de la armada británica a aguas aun por delimitar.

Venezuela no debe apartarse de esa senda, debe apelar constantemente a la Declaración de Argyle —por lo reciente de su firma y por los mecanismos que contempla— a pesar de que el objetivo de los factores exógenos (Estados Unidos y Reino Unido) a la región, que emplean a Guyana como marioneta, sea azuzar la confrontación a fin de intensificar y aumentar sus capacidades militares en la zona. Por eso la denuncia y la exhortación constante contra el accionar que se constituye en violatorio de la declaración.

La posición de no ir a la CIJ no es una postura gubernamental que responde a las exigencias de la presidencia de Nicolás Maduro, por el contrario, es una postura histórica del Estado venezolano que debería ser asumida sin dilación por cualquier gobierno que llegue a Miraflores, independientemente del signo o color político que represente. Esto debe ser informado y socializado nacional e internacionalmente, y debe destacarse que no hay mecanismo legal y legítimo que pueda coaccionar a Venezuela de aceptar la jurisdicción de la CIJ.

En América Latina y El Caribe sobran ejemplos de controversias territoriales en las cuales la CIJ no interviene para solucionar el conflicto sino más bien en las que los países mantienen los canales de negociación y diálogo bilateral como la forma más práctica para encontrar soluciones —Argentina y Chile por el Pasaje de Drake, o Brasil y Uruguay por el pueblo Thomas Albornoz y la Isla Brasilera).

SOCIALIZAR LA COMPRENSIÓN DE LA CONTROVERSIA TERRITORIAL (LO DIPLOMÁTICO)

Las relaciones internacionales de hoy demandan de los Estados la construcción de una reputación —positiva— y una imagen de prestigio entre sus pares, que se les reconozca a escala internacional como actores destacados en áreas puntuales. Pensemos, por ejemplo, en Noruega o Catar como mediadores o facilitadores de procesos de diálogo, o en México como país garante del derecho de asilo.

En el caso venezolano, el concepto de diplomacia de paz bolivariana implementado y puesto en práctica a lo largo de los últimos 25 años viene a institucionalizar un ejercicio que le acompañó, sobre todo a partir de la segunda mitad del siglo XX, y que le ha otorgado cierto reconocimiento como un actor que facilita y acompaña los procesos de paz: Colombia en el siglo XXI y Grupo Contadora finalizando el siglo XX.

De este modo, ganar la voluntad de otros factores internacionales constituye una arista del poder blando que no debe ser despreciada ni subvalorada por ningún sujeto internacional, en especial por los Estados como Venezuela que se enfrentan a diario contra campañas promovidas para desprestigiar y dañar la imagen nacional, y que presentan el país como un paria de la comunidad internacional.

En ese sentido, la apuesta por socializar la postura venezolana ante la controversia territorial en la región latinoamericana y caribeña debería ser una tarea primordial en este 2024, habida cuenta de que Venezuela no participará en el proceso de la CIJ, hecho que seguramente sumará argumentos a los que ya existen —promovidos por Guyana— y que nos muestran como un país que contraviene el Derecho Internacional.

Por el contrario, la exigencia venezolana de volver al Acuerdo de Ginebra y, por consiguiente, de encontrar una solución práctica y mutuamente satisfactoria, podría despertar simpatías regionales, toda vez que al ser una forma de resolución que privilegia el diálogo y la negociación bilateral evita la judicialización del diferendo y, en consecuencia, la posibilidad de complejizar todavía más la controversia a partir del momento en que el veredicto no satisfaga los intereses de alguna de las partes —situación inevitable en un juicio— y termine comprometiéndose la estabilidad regional.

En este sentido, Venezuela debe apostar a un diálogo regional que le permita generar espacios de socialización y, sobre todo, de comprensión del diferendo territorial que mantiene con Guyana, con el objetivo de desmontar esa visión impuesta por el vecino oriental de presentarnos como el país agresor y guerrerista que pretende arrebatarle más de la mitad de su territorio, lo que a la postre condicionaría su desarrollo económico.

La Cumbre de la Celac prevista para los primeros meses de 2024 —probablemente a finales de enero o principios de febrero en San Vicente y las Granadinas— podría representar ese espacio idóneo para que Venezuela, con un despliegue diplomático, exponga sus motivos y razones, sin que esto implique el abandono de los compromisos contemplados en la Declaración de Argyle.

Caracas debe aprovechar que, tanto San Vicente y las Granadinas, que mantiene la actual presidencia pro témpore de la Celac, como la República de Honduras, que dirigirá la organización durante 2024, son países cercanos —por no decir aliados— de Venezuela, y ambos hacen parte de los compromisos asumidos en tierras sanvicentinas.

Asimismo, el diálogo e intercambio de información con los países Brics+ se muestra estratégico, no solo por el hecho de que China y Rusia son miembros permanentes del Consejo de Seguridad de la ONU con derecho a veto, sino porque próximamente, como lo indicó el presidente Nicolás Maduro, Venezuela podría ser incorporada al grupo como miembro con plenos derechos.

Especial atención demandará el abordaje con la India, país Brics+ que, si bien dejó claro su apuesta a una solución pacífica de la controversia territorial en el marco de las gestiones que viene realizando la región (Argyle), mantiene lazos con Georgestown en la esfera religiosa, cultural e histórica, que los acerca y compromete.

El despliegue diplomático no debe implicar convencer a otros Estados sobre la justeza de las exigencias venezolanas, sino que debe proporcionar herramientas para situar el diferendo en el terreno que le corresponde, que no es más que mostrarlo como producto de la herencia del despojo colonial británico y que no fue resuelto en el proceso de descoloniazación de los años 1960.

ALIANZAS Y DEMOSTRACIONES DE SOBERANÍA (LO GEOPOLÍTICO)

El mandato que surgió tras el referéndum sobre la Guayana Esequiba fue contundente. El territorio no solo se incorporará como sujeto federal con todas las atribuciones políticas, administrativas y presupuestarias que demanda cualquier otra entidad, sino que el Estado, a través de PDVSA, podrá licitar zonas tanto en el territorio continental como en la fachada continental para su explotación.

Estas nuevas prerrogativas que, de acuerdo con los resultados del referéndum, asumirá el estado Guayana Esequiba se sumarán a las ya implementadas por el ejecutivo nacional, como la del Territorio para el Desarrollo de la Fachada Atlántica y que fortalecen la presencia venezolana en el área en controversia.

No obstante, lo verdaderamente novedoso por su impacto real, y sobre todo simbólico, es la posibilidad de otorgamiento de concesiones y las eventuales regalías que recibirá el Estado venezolano producto de dichos contratos en materia de gas, petróleo y minerales por parte de empresas nacionales o foráneas que, asumiendo la soberanía venezolana en la zona, invertirán con las garantías jurisdiccionales que la República Bolivariana les proporciona.

Mucho se especula sobre la cautela que asumirán las empresas transnacionales energéticas y mineras sobre la propuesta venezolana de concesiones y licencias para la explotación de la zona, pero de seguro que una oferta económica atractiva podrá incentivar y terminar de inclinar la balanza para que dichas empresas terminen persuadiéndose a favor de Venezuela y no de Guyana.

Visto así, podríamos —sugerir— estar a la puertas del establecimiento de una nueva zona económica especial que sirva de estímulo para motorizar no solo la inversión en gas, petróleo y minerales sino en las actividades conexas que generan esas áreas, sobre todo en lo que a infraestructura se refiere (carreteras, puertos, aeropuertos, etcétera). Por tal motivo, la seguridad jurídica y una oferta de inversión atractiva serán las cartas de presentación que acompañarán el accionar de las divisiones de PDVSA y CVG Esequibo en 2024 a fin de cumplir la tarea encomendada. De concretarse esto, se abrirían las puertas de una explotación conjunta “de facto” del área en controversia, que permita continuar con el diferendo a través de los mecanismos ya existentes hasta su resolución definitiva.

Como lo mencionó el ministro Vladímir Padrino López, es previsible la regularización de los ejercicios militares, como los observados en 2023, con el objeto de fortalecer las capacidades operacionales de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB) de cara a garantizar el mandato constitucional de soberanía e integridad territorial. El despliegue de la FANB será por consiguiente generalizado en aras de garantizar la presencia del Estado en todos los confines del territorio nacional, fortaleciendo especialmente la presencia en la isla Anacoco, cabeza de playa hacia el Esequibo.

Así las cosas, no sería extraño observar durante este año 2024 una renovación de la cooperación e intercambio militar de Venezuela con sus aliados estratégicos, en especial con Rusia, China e Irán, con los que ya se viene trabajando a profundidad en el área, incluso explorando opciones con otros socios como Türkiye. Veríamos una reedición de lo observado en los “Juegos de Guerra” realizados en 2022 en Venezuela con la participación de Rusia, China, Irán y otros países más, o de algo parecido a ejercicios militares conjuntos con países aliados.

EL 2024 COMO AÑO DE ACCIONES CONCRETAS

Con este escenario, el año 2024 se presenta como uno cuando el Estado venezolano, ya teniendo el mandato constitucional definido con el referéndum, tomará la iniciativa en relación con el Esequibo: sostenimiento de la posición histórica de no acudir a la CIJ y privilegiar, por el contrario, el Acuerdo de Ginebra de 1966; despliegue diplomático que permita la comprensión de la controversia, sobre todo a escala regional y en la zona Brics+; y a escala geopolítica el ejercicio de soberanía sobre la zona controvertida a todo nivel que se materializará en el despliegue de la FANB, fundamentalmente con el otorgamiento de concesiones y licitaciones en el territorio disputado.

Guyana se queda solo a la espera de un juicio que no surtirá ningún efecto concreto porque Venezuela no reconoce la jurisdicción de la CIJ y no habrá forma de hacer acatar la decisión que asuma el tribunal. Por el contrario, la República Bolivariana puede seguir realizando movimientos que presionen la República Cooperativa a terminar de entender que el único camino que proporcionará una solución duradera y aceptada por las partes será la que contempla el Acuerdo de Ginebra de 1966: la negociación y el acuerdo.

Share Button

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.